• LA "MIA" MARATONA DI NEW YORK

    02 novembre 2014

    Il nostro amico Enrico Giustiniani ci racconta la sua indimenticabile esperienza americana... Con precisione tutta americana, il giorno prima della maratona, ricevo una mail con l’indicazione “Cold, Windy Conditions - condizioni di freddo e vento”, e qui il vento non è il ponentino Romano. L’avventura inizia alle 5 per recarsi al “campo” della partenza. Il termometro segna 3 gradi, si passa il metal detector, siamo tutti allegri, siamo circa in 50.000 accampati e “imbacuccati”. Vedo tanti volontari, tutti ti salutano, ti offrono assistenza e aiuto. Ci saranno quattro partenze da 15.000 runners, ognuna con 5 griglie. Per dare un idea: quattro maratone “di Roma” che partano a distanza di 20 minuti una dall’altra. Ci siamo, alle 9,40 parte la mia “onda”, è la prima, quella con i “keniani”, anche se sono distanti da me almeno trecento metri; ma è il bello della maratona che non ha nessun altro sport: sulla stessa linea di partenza, e sulla stessa strada, corrono insieme il campione del mondo e … l’ultimo dei “pippa-runner”. Si lanciano gli ultimi strati di indumenti per tenerci caldi, mi lascio solo una felpa per i primi km. Ci stringiamo mani, ci auguriamo “good luck”, buona fortuna, con il vicino, anche se di un'altra nazione, siamo tutti “runner”, tutti molto “carichi”. L’emozione e forte. Ecco lo sparo del via, e anche qui lo “sparo” è una cosa seria, è un vero cannoncino con quattro soldati in divisa attorno. Si parte, si comincia con il ponte di Verrazzano, nell’unico giorno dell’anno che chiude alle macchine, circa 2 km di cui il primo in leggera salita. Appena sopra, sento i tiranti di metallo del ponte fischiare, anche le gambe “sbattono” per il vento, sono tutti molto silenziosi, fa veramente freddo. Appena arrivati alla fine, lancio la felpa e ora brilla la mia maglietta gialla “runforever”. Ci accoglie il boato della gente, sembra che tutti facciano il tifo per te (e con le “app” del telefonino … anche da casa). Per i primi 7/8 Km si procede su due file parallele, praticamente sono due “onde” di runner che corrono. Vado a sensazione, forse sui 5,20 al km. Sui viali il tifo è incessante, bandiere, cartelli d’incitamento, urla, piccole band musicali, bambini che ti danno “il cinque”, chi ti offre un fazzoletto di carta, chi l’acqua, chi banane. Poliziotti ovunque, le strade sono liberissime e tutte per noi, non si vedono macchine nemmeno nelle vie laterali, una città che si concede totalmente ai corridori. Ogni tanto qualche spettatore si stacca ed incita come nelle salite ripide del giro d’Italia. Qualche runner si lancia sul pubblico ad abbracciare qualcuno, forse amici o semplici connazionali. Il percorso è pianeggiante, ogni miglio (km 1,609), un rilevamento e un rifornimento lungo almeno cento metri. Scelgo di contare le miglia, invece che i km… sembrano di meno … sono “solo” 26,200. La mezza maratona è sul ponte Queensboro, temuto dai corridori per il suo dislivello, per la mancanza di supporto di pubblico e per il vento gelido. Proseguo in media maratona, obiettivo 3h50. Ora c’è un bel sole si corre la First Avenue a Manhattan un lungo rettilineo fino al Bronxs. Al 32 km comincio a sentire i primi dolorini, cambio l’assetto della corsa cerco di aiutarmi con le braccia e accorcio un po’ la falcata, ai rifornimenti rallento di più. Mi rendo conto che ora sono sui 6 al Km, ma qui non si può “camminare”, no, con tutto questo pubblico che ti incita: no! Continuo con questo passo, dal Bronx si ritorna a Manhattan, calo ancora, ma ora siamo sulla “quinta strada” che ci porterà fino a Central Park e al traguardo. Non riesco nemmeno a sorridere ai fotografi, mi è scesa la mandibola dalla fatica, le gambe ogni tanto danno un accenno di crampi. Qui il pubblico è ancora più numeroso, è un urlare continuo, un tifo mai visto, da stadio. Manca poco al traguardo, si entra dentro il parco per il saliscendi finale … soprattutto il “sali” è una tortura, in pochi camminano, magari vanno lentamente, ma sono tutti molto concentrati. Ecco la svolta finale, passo l’ultimo miglio … poi l’ultimo km… poi l’ultimo “mezzo miglio”, si esce per un tratto dal parco per poi rientrare. Ora mancano quattrocento metri, accelero per lo sprint, so già che non farò il tempo previsto, ma devo arrivare di slancio sul traguardo. Già penso dentro di me “mai più questa tortura”. Appena arrivi ti mettono subito la medaglia al collo e tutti si congratulano con te come se fossi arrivato “primo”. Incredibile la spontaneità degli americani, ho anche recuperato un sorriso magico e smagliante, mi incammino verso l’albergo felice come una Pasqua per aver addentato la “grande mela” di New York…. E già penso: dove farò la prossima maratona? Grazie Enrico per aver rappresentato al meglio la Runforever Aprilia sulle strade della Grande Mela..

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